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Si tratta di un unicum dal punto di vista sia archeologico che artistico: un pezzo di straordinaria rilevanza, che fa parte della mostra permanente "Policromie del sublime": un complesso di reperti in marmo del IV secolo a.C. provenienti da una tomba dauna individuata nel territorio di Ascoli Satriano.

I preziosissimi marmi, dalla consistenza quasi traslucida, provengono da Aphrodisias di Caria nell'attuale Turchia e costituiscono la prova dei rapporti commerciali tra il sud dell'Italia e l'Impero Greco, oltre all'evidenza dello splendore che raggiunse la civilizzazione dauna. I cosiddetti Grifoni sono una straordinaria scultura (alta 95 cm e lunga 148 cm) e costituivano il sostegno di una mensa rituale (Trapezophoros). La scena raffigurata vede una coppia di grifi, animali fantastici dal corpo di leone e la testa di drago e ali di aquila, mentre azzannano una cerbiatta ormai accasciata al suolo. A causa della drammaticità del soggetto scolpito si pensa che la tomba da cui proviene, oltre ad essere di un componente della nobiltà dauna, fosse di una giovane donna morta in circostanze tragiche. La qualità dell'opera e il suo stato di conservazione destano meraviglia: il pathos che provoca è del tutto moderno. Sorprendente è l'uso del colore, ancora parzialmente apprezzabile: dai toni giallo-beige dei corpi degli animali, al rosso del sangue, dal blu delle ali dei grifi, al verde del terreno e della roccia. 

Storia dello scavo clandestino - policromie del sublime

Tra il 1975 e il 1976 una squadra di tombaroli recupera in uno scavo clandestino alcuni reperti da una tomba principesca. Oltre ai pezzi facenti parte della mostra Policromie del sublime vi era una statua di Apollo (conservata oggi nel museo di Ascoli) . Tra questi tombaroli vi è tale Sabino Berardi che non esita a ridurre in pezzi i grifoni per poterli trasportare nel portabagagli della sua auto.

Una delle auto dei tombaroli viene intercettata dalla Guardia di Finanza e il suo contenuto viene depositato in Soprintendenza per essere dimenticati per decenni in un magazzino; il resto dei reperti (tra cui i grifoni e l’apollo) giungono a Ginevra, acquistati dal trafficante d’arte Giacomo Medici.

Medici vende i pezzi principali al Getty Museum di Malibù.

Diversi anni dopo un curatore del Museo intuisce che quei pezzi hanno una provenienza poco chiara, se non illegale; poco dopo Sabino Berardi, gravemente malato, decide di confessare il trafugamento dei preziosi reperti ai carabinieri; pertanto parte un’indagine da parte dei Carabinieri del Gruppo di tutela del Patrimonio Culturale che porterà all’individuazione delle opere d’arte e al processo di Marion True (curatrice del Getty Museum all’epoca dell’acquisto) e Rober Hecty (l’intermediario tra Medici e il Getty Museum) e lo stesso Medici, che usava scattarsi polaroid con tutti i reperti acquistati illegalmente.

Nel 2007 i reperti rientrano in Italia.

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